SEVERINO FERRARI.
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VERSI RACCOLTI ED ORDINATI.
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1906. Libreria antiquaria, TORINO.
A cura di L. De-Mauri. (Ernesto Sarasino).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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DEDICA.
AVANTI.
PARTE PRIMA.
PREFAZIONE.
AI METRI ANTICHI.
AMORE.
SPERANZA.
PASSIONE.
RICORDI E COMPIMENTO DEI VOTI.
FANTASIE.
NOSTALGIA.
PARTE SECONDA.
PAESE NATIVO.
ORE NOTTURNE.
CONTRASTO DI CARRETTIERI.
VANTO DEGLI ARGINI DI RENO AD ALBERINO.
IL CONTRASTO DE LA BIONDA E DE LA BRUNA	.
NIDI.
L'ANELLO SMARRITO.
I PENSIERI DEL ROSIGNUOLO.
APOLLO E DAFNE.
PANE.
PARTE TERZA.
RICORDI D'INFANZIA.
A GIOVANNI MARRADI.
A GUIDO MAZZONI.
IL CEPPO.
A' MIEI FRATELLI.
VARIE.
PER UN LUGHERINO.
GOLFO DI SPEZIA.
FONTE.
BARCHE PESCHERECCIE.
BORDEGGIANDO.
PORTO VENERE.
PETRARCA.
ENOTRIO ROMANO.
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FINE Indice.
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DEDICA: A GIOSU CARDUCCI QUESTO VOLUME DEL PREDILETTO ALLIEVO DEL DOLCE AMICO REVERENTE L'EDITORE INTITOLA. (1)
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AVANTI.
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Fabbri vid'io con badal tanaglia(2)
spinger l'opera greggia sulla incude,
incandescente massa, indi con nude
braccia sudarvi a torno aspra battaglia:
ma non v' colpo che a scindere vaglia
la metallica forza, che in s rude
gode dell'urto e affina sua virtude:
questo mi piace e questo mi si attaglia!
Perch'io, son anni, spinsi il rozzo ingegno
all'avvenir! mi fu il bisogno maglio
e incude l'onest; n gi mi duole:
ch'or veggo (e meraviglio) in buon disegno
uscirne un ferro e acquistar tempra e taglio
che ride come un bel raggio di sole.
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PARTE PRIMA.
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PREFAZIONE.
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AI METRI ANTICHI.
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Se crso d'acqua o ben fiorito ramo
o strepito di venti o di bell'ale
chieda l'onor del breve madrigale,
non l'ottiene per se una gioconda
forma di donna a la romita scena
non dia 'l senso d'amore ond'ella  piena.
Mira il vate che a lei susurra l'onda,
cantan gli uccelli e inarcasi la fronda.
La ballatetta vien temprando il passo
al ritmo de la danza; un canto lieto
versa dal labro, ma nel suo secreto
il cor sospira, e dice - Oim lasso!
Oim lasso, come  crudo Amore
e mesce fle al dolce de la vita!
Oim lasso, il tempo  ingannatore
e presto sfronda questa et fiorita!
Quando l'et  pi verde e pi gradita
movete in danza, o giovinette, il piede;
cantate Amore, ch non pi poi riede
il tempo, e vano  'l dire - Oim lasso! -
Ma lo strambotto fa la serenata
al piano al monte al bosco e a la laguna:
vede di fiori piena l'invernata;
piena di luce la gran notte bruna;
al suo cantar si schiude la vetrata:
cuori di donne sognano a la luna!
le bionde chiome stan sommosse a i venti
in case d'alabastro rilucenti.
Or voi, bei metri, a cui di la freschezza
il popolo d'Italia a' suoi bei giorni,
diede il Petrarca l'aurea politezza
e il Poliziano i nuovi modi adorni:
ite, bei metri, co 'l mio cuor cantando
per l'Italia d'amore e cortesia,
mentr'io con gobbe spalle vo sfregiando
ne la scuola gli error di ortografia.
 AMORE
 II
Pensando un dolce suo canto il Petrarca
insegu a lungo la sua amica bionda,
stormendo i lauri e rimbombando l'onda.
E perch non la giunse, a rifiorire
sotto il tenero pi de la fuggente
seguit il prato; da la Sorga algente
uscan le ninfe, ed era acceso il giorno
pi luminoso a l'auree chiome intorno.
 III
Forse che dorme, raggiando, la luna
un suo bel sonno candido falcato
tra le mollezze del sen tuo gigliato?
Io non la ho vista sorger da pi notti;
ed a te, curva nel raccoglier l'ago,
ieri sfuggan pi raggi dal sen vago.
Ond'io son fatto amante de la luna
e la invoco al sereno e a la fortuna.
 IV
La bianca neve ride in vetta a i monti;
chiede sol mite e breve; lungamente
vuol sognare de la luna ne i tramonti.
Sotto gli amplessi suoi rompe fervente,
sale a le piante tiepido l'umore
che poi s'ingemma in faccia al sole ardente.
Tal fra le nevi tue caldo il tuo cuore
a i labri manda qualche rosa in fiore.
 V
Testina d'oro, cantano gi i galli.
Dicono i galli - Padrona amorosa,
alzatevi da letto ch' gi l'ora. -
Ma tu segui a sognar d'essere sposa,
ne la pulita casa la signora;
cantano i galli, ma tu dormi ancra,
e il sole  gi su' monti e ne le valli.
 VI
Un bel raggio di sole
mi s' confitto in mente e uscir non vuole.
Mentre china al lavoro
guidavi con la man l'opra de l'ago
che in su la tela rapido scorrea;
il sole un raggio d'oro
t'intrecci fra le chiome, e dest un vago
incendio a torno: il cuore mi dicea:
- Questa verace dea
or torna in cielo, e qui pi star le duole.
 VII
Ramo fiorito, mentre ch'io ti miro,
sento tremarmi il cuore, indi sospiro.
Io ti vedo inchinar la bionda testa
al trepido passar di tepid'aura;
aura amorosa che in mio cuor s' desta
a mirar come Amore increspa e inaura
le chiome, quali non cred'io che Laura
le sciogliesse per dare aspro martiro.
Chini la bionda testa su 'l mio cuore,
e il sospir vola e trema fra i capelli.
La mente crede a un rugiadoso fiore
tra rami d'oro, senza fronde, snelli,
quando la rosea fronte e gli occhi belli
fra 'l biondo inalzi e li rivolgi in giro.
O ramo d'oro, o albero fiorito,
a l'ombra tua cantano i miei pensieri:
a lor la poesia fa cenno e invito
mostrando che cresciuto sei pur ieri.
O mio bel ramo, abbassa quei verzieri,
lascia sbocciar le rose al mio sospiro.
 VIII
A l'ombra de i capelli
fiorisce il viso e ridon gli occhi belli.
Stanno i folti capelli che bell'arte
sovra la nuca ha in tersi nodi avvolti,
obbedenti al pettine; sol parte
scherzan volanti via pe 'l collo sciolti;
io pi amo i raccolti
su 'l breve fronte in luminosi anelli.
In teneri color bianchi e vermigli
fiorisce il viso fra la luminosa
chioma: al confronto perderano i gigli,
ed al confronto perdera la rosa,
ch l'onda imperosa
del sangue v'apre fior sempre novelli.
E chi ne gli occhi innamorati guarda
tai raggi beve e tal dolce bollore,
che tutto il sangue par s'accenda ed arda;
e l'uom si gloria; come se l'umore
de la vite nel cuore
rompa per mille rivi caldi e snelli.
A quei fulgori de l'eterna fronda
pur si rinverde il mio giovine alloro;
del mio sangue miglior con perenne onda
l'annaffio lo nutrisco lo avvaloro.
Gi qualche bacca d'oro
raggia tra il verde e il muover de i ramelli.
 IX
Dormi, dormi, testa d'oro,
ninna nanna, occhi lucenti:
su 'l guanciale scenda un coro
di bei sogni, e v'addormenti.
Ma quegli occhi rottosi
gettan lampi quai zaffiri,
ed invano dormigliosi
volgon gli astri al mare i giri.
Tutta notte di desiri
di speranze e d'amor pieni
i divini occhi sereni
stanno aperti fra il crin d'oro.
I gerani de la bocca,
del bel sangue vivi fiori,
a i sospiri che il cuor scocca
provan agili tremori.
Senti intorno i queti orrori
pender gravi: senti i galli
che sognando fulgor gialli
metton gridi a l'albe d'oro.
S'alza e freme il molle seno,
va pensando maraviglie,
ch gli par d'essere un pieno
di magnifiche giunchiglie,
che si muova, che bisbiglie
in un bel chiaro di luna.
Filan per la notte bruna
mille cheti fuochi d'oro.
Or su dormi, o mia figliuola,
giglio mio fresco e fiorito:
ch a te presto, non pi sola,
si far pi dolce invito
dal tuo florido marito
che ti culla fra le braccia,
su 'l suo seno la tua faccia,
ch' una rosa in coppa d'oro.
Ti dir - Cheta e serena,
ch'io ti veglio, puoi posare. -
Il sospiro, il cuore ei frena
troppo forte uso a pulsare.
Ninna nanna, forme care;
occhi belli, non schiudete;
labri, seno, non fremete:
fa' la nanna, o bimba d'oro.
 X
Imbruna; e di gi l'ombra ne la stanza
incurva l'ala su 'na bianca fronte:
tu siedi, e vegli in cuore una speranza.
Tendi l'orecchio in vano: alcun rumore
non s'ode; solo il chioccolo del fonte
ti schernisce fra risa alte e canore.
Scoppietta la lucerna in su 'l mancare....
Com' dolente e tristo l'aspettare!
 XI
Sprazzo di sangue getta su la casa
l'aurora che si tinge al mio dolore;
da un tristo sogno  la fanciulla invasa,
ch la s'ode fra il sonno singhiozzare.
Tu schiudi con le man quattro assi bianche;
le mani al dur lavoro gettan sangue.
Apri, ed io m'alzo lento nel lenzuolo....
Oh triste nozze! oh sempiterno duolo!
 XII
I cari occhi piangenti
mandan lucenti umori
e il viso brilla di pi bei colori.
Cos cos vid'io spesso nel maggio
con torti giri i rivoli e i torrenti
seco portando d'albo sole il raggio
mormorando solcar piagge fiorenti;
e l dove irrigavan le correnti
acque, splender le rive
verdeggiando pi vive
e pi belli da l'onde ergersi i fiori.
 XIII
Ritorna maggio ventilando l'ali
gonfie de l'aura, pinte di fioretti!
Non lo vedono i miseri mortali
ch trista cura ingombra loro i petti;
ma ne le vison spirituali
ben l'ho vist'io commuovere i biondetti
capelli d'una donna al suo passaggio.
Angiol volante ben ritorni maggio!
 SPERANZA
 XIV
Spesse volte rivedo ne la mente
quel d che sarai mia, pura viola.
Scendi a la casa ove cortesemente
due vecchi stanno per dirti figliuola:
ti abbraccian su la soglia lietamente
e il pianto a lor fa groppo ne la gola;
ei ti vedon s bella e s fiorente,
ei bisbiglian fra lor qualche parola.
Ma che bisbiglian l quei buoni vecchi?
dicon che ho scelto de le donne il fiore?
che gli occhi tuoi, come veraci specchi,
mostran, riflessa, la bont del cuore?
rifrondiranno i lor grigi cernecchi
da quel tuo biondo? ed il fecondo amore,
dolce a sperare! fia che gli apparecchi
novelli rami de la pianta onore?
Quando mia madre, alzata in su l'aurora,
ripensa mesta a l'ora che  fuggita;
a i figli a i figli in che tanto s'accora,
e l'anima le piange sbigottita;
udendo per le scale la sonora
tua voce empier la casa d'infinita
festa, e vedendo come amor t'incuora
a sollevarla vigile ed ardita;
sentir ancra trepidar gli affetti,
pingerle i figli che un giorno verranno:
a i suoi ginocchi i frugoli diletti
di contro a l'ire mie ripareranno:
a le fide ginocchia a i santi petti
de i nonni raddormiscono l'affanno,
se noi siamo adirati, i fanciulletti
che gli occhi torvi sofferir non sanno.
E in tai pensieri assorta, anco felice
vede la vita che le sta dinante;
ne l'intimo del cre benedice
questa sove giovinetta amante,
pia de la casa sua consolatrice
che le rasciuga le lagrime tante.
Verso il tuo petto inclina la cervice
e t'inghirlanda con le mani sante.
 XV
Accorri, roteando, o mia pavona:
su 'l mandolino muor la serenata;
a momenti si desta la padrona.
Con le man bianche ti d la mondiglia,
poi getta un guardo su ne la vetrata:
 freddo, e mi domanda la mantiglia.
- Andate a letto, padrona amorosa,
fra la bambagia sarete una rosa:
s'alzi a sua posta il sole luminoso,
tiepido  il letto e giovine  lo sposo. -
 XVI
Senti la mamma gi per la cucina,
che scalpiccia e conteggia e accende il fuoco?
- Io null'odo, amor mio, fuor che la brina
che morde i vetri, e manda un albor fioco. -
- Senti, mia bella, senti scucchiarare
ne l'acquaio? la mamma  gi, e lavora. -
- Forse, amor mio,  la donna, che a lavare
si  tosto alzata a gara con l'aurora. -
- Senti sonar le scale, o mia fanciulla?
 mamma che il caff ti porta in letto. -
- Credi, credi che dorme, e forse culla
fra i sogni i nostri figli, o mio diletto. -
- Senti la mamma che t'ha salutata:
- o figlia bella e buona, alza la faccia! -
- Amor mio, amor mio, la si  scordata
che sol da un mese io son fra le tue braccia. -
 XVII
Ma che cosa rimestano in granaio
stanotte i topi? Tu pure sei desta!
Sembra una rosa in fiore di gennaio,
fra i lenzoletti bianchi la tua testa.
- Non dire! ch altro tempo io m'ebbi gaio,
che ogni parola tua m'era una festa:
or non pi bella come allor ti paio,
vigilo al buio solitaria e mesta. -
Tutta la notte in sogno io t'ho veduta,
e tutto il giorno l'amor mio t'abbraccia:
t'alzi, e il mio cuor sospira e ti saluta;
dormi, e il mio cuor ti tiene fra le braccia.
- Ah la tua bocca ora s' fatta muta,
e dormi fin ch'il sol bianco s'affaccia.
De le dolci parole ero pasciuta,
le lagrime or mi rigano la faccia. -
Io sento gli occhi tuoi dovunque  lume,
sento i tuoi baci ovunque odo stormire;
a lungo ascolto sussurrare il fiume,
odio la notte che mi fa dormire.
- Da qualche tempo hai preso il mal costume,
o dormiglioso, pronto a insuperbire.
Non la colomba da le molli piume,
non sono pi la rosa in su 'l fiorire? -
Per me da gli occhi tuoi sempre trabocca
calda l'anima tua ne gli occhi miei:
per me nel seno tuo, ne la tua bocca
fiorisce quel giardino onde mi bi. -
- Oh, se il mio sguardo ancor dolci in te fiocca
mille rivi di miel, come io vorrei;
se il giardino del seno ancor ti tocca,
perch qui su' miei labbri ora non sei? -
 XVIII
Ora con l'alba rosata
siedi, o bella, al tuo verone;
siedi e dici una canzone,
canti e cuci innamorata.
- Or che in cielo sorge il giorno,
perch tace il rosignolo?
mi dess'egli il canto adorno
mentre dorme l nel bruolo!
quand'io m'alzo dal lenzuolo
ho gran voglia di cantare;
dal mio bello vorre' andare
a fargli la mattinata.
Perch andare al mio tesoro
io non posso co 'l mattino,
gli preparo un bel lavoro,
questa camicia di lino.
Dammi tu, sole divino,
i tuoi raggi per cucirla;
quand'ei debba rivestirla,
raggi tutta illuminata.
Un pensiero ho ne la mente
e fermarmici non oso:
chi mettr a l'avvenente
questo lino luminoso?
chi vedr quel dolce sposo
trionfar fra questa tela?
quando  spenta la candela
io pur tremo spaurata.
O camicia bella e bianca,
ti tormento io per amore;
su di te mai non si stanca
la mia mano n il mio cuore,
ch troppo dolce  'l tremore
che il profondo sen mi tocca
s'io ti metto su la bocca
per troncare la gugliata.
 PASSIONE
 XIX
Ma tu ascendi con passo trionfale
il dolce colle de la giovinezza
qual colomba che al nido aderga l'ale:
come rama che in fronde ed in susurri
spinga la fronte e il seno ne l'ampiezza
de i caldi luminosi cieli azzurri.
Chiedono gli occhi tuoi quali misteri
ti celi il mondo, poi che in te l'amore
germinava indistinti desideri:
e riso e pianto a un tempo manda il cuore.
Tu non senti, o non sai, che al tuo passaggio
un fremito solleva i maschi petti,
come le zolle a l'apparir del maggio.
onde intorno si muovono sussurri
d'attoniti ne i lumi giovinetti
che han fulgori di luna in cieli azzurri.
Tu non senti, o non sai, che desideri,
- volo di falchi - al bel capo giocondo
ruotino a torno, e agognino i misteri
tutti svelare che a te cela il mondo!
Che te ne importa? in te la giovinezza
dispiega il suo vessillo trionfale,
e la vita i suoi rivi in tutta ampiezza.
Dolce senso di vita almo, giocondo,
per cui gli uccelli applaudonsi con l'ale
e gli alberi co i fiori, al nuovo mondo.
Riso di viva luce fa passaggio
dal ciel su i peschi, che felici in cuore
accennano co i rami: e a cantar maggio
fra lor gli uccelli tornano in amore.
Cantano maggio donne e giovinetti;
ne i cieli il sole, amor fulge ne i petti.
 XX
Con che mestizia quella fronte pura
posa fra il biondo: quasi cheta luna
che a gli aloni crescenti s'impaura.
Perch belle ha le chiome, ella ora teme:
teme che in queste la passion mia bruna
non s'avventi, che mormora, che freme.
Su 'l collo fino inclina il dolce fiore
del capo, e prega le sia mite Amore.
 XXI
Pace con gli occhi, o trepida colomba,
chiedi, se il mio desire
come falco grifagno su te piomba.
Con la preghiera de' cari occhi scudo
tu fai contro al deso che ti minaccia:
sopra il bel petto pregano le braccia
raccolte; in atto di baldanza ignudo.
A s dolce umilt fugge quel crudo
desire, e cade a terra
vinta la guerra ch'entro a me rimbomba.
 XXII
Crudi leoni e tigri alte e rubeste
e pantere iraconde mi fean guerra:
uomini d'arme uscivan di foreste
con lance trapassandomi e con dardi;
ma poi che fulminata giacque a terra
la ferocia del senso a que' pii sguardi,
non pi odo ruggir feroci belve,
od armati cozzar da strane selve.
Odo una fonte strepitar tranquilla
e rimbombar dove s'accoglie l'onda:
ne l'aura immota il sol cheto sfavilla.
Tra le persiane a noi sfavilla, e occhieggia
a lo specchio in un canto ed a la bionda
tua chioma: in cuore un'armonia gorgheggia.
E sensi di bont pii di viole
piovon da i cieli per le vie del sole.
 RICORDI E COMPIMENTO DEI VTI
 XXIII
Un fiore che spandeva raggi d'oro
tra gli aranci fioriti e tra le palme,
m'avvolse in quel suo lucido tesoro.
Camminando com'ebro, innanzi a gli occhi
sempre mi stava; quando alzai le palme,
su la terra cadendomi i ginocchi,
quel purissimo fior cinto di sole
s'inchin umle al suon de le parole.
 XXIV
Gli oleandri tessean fiorenti ombrelli
sovra il tuo capo. Inchina, a la sorella
davi la mano ascoltando gli uccelli:
- Quel rosignolo ha note come il cuore
come il mio cuore meste. O forse quella
garrula voce sa del nostro amore
e lo conta per tutto. Pi d'un fiso
oggi mirommi, e feci rosso il viso. -
 XXV
La sorella era presso a la banchina
di marmo, fresca ed ilare cianciando.
Sola pensavi, l'aurea testa inchina.
Un fior, d'alto, lambendoti le flave
chiome, ti venne a i piedi. Un po' voltando
a dietro il capo, un grazie s soave
t'era ne i labri, che non mai la pia
fede tal pinse il dolce "Ave, o Maria."
 XXVI
O tu che poti l tra quella fronda,
sai dirmi chi dom 'l primo cavallo?
e tu che falci l'alta messe bionda
sai dirmi chi commise il primo fallo? -
S'ode ne l'aria una canzon gioconda:
- San Giorgio cavalc 'l primo cavallo. -
S'alza una voce qual sasso da fionda:
- E Adamo commise il primo fallo. -
Cos spesso io senti l sotto il Reno,
dove nacqui, cantare i potatori,
mentre il sole, calando, pe 'l sereno
e su 'l verde gettava aurei bagliori:
gli aliti de la terra nel mio seno
ricevendo io fremeva insieme a' fiori,
provavo la letizia che dal pieno
petto dilaga nel gran mugghio a i tori.
L splendeva co 'l giorno ne i decenti
costumi la virt de la massaia.
Il sol dorando i vasi rilucenti
alza di raggi bella turba gaia;
ne la gabbiola afforzansi i concenti
se stride il fritto o bolle la caldaia;
dritte le code, i gatti stanno attenti;
fuori, un gallione croccia in van per l'aia.
Di prima sera una filante stella
nel suo vestito tutto luce ed oro,
era un'anima ch'iva a farsi bella
l su del cielo nel beato coro.
Dicea la mamma - Adunque una sorella
aveva il viso bianco, e l'altra moro,
e c'era un re - Che re? - di Roccabella....
dormi, fanciullo mio, dormi con loro. -
Ed io sognai fin presso a la mattina
la fanciulla che avea trecce di sole,
e nel vlto una rosa fra la brina,
e ne gli occhi due languide vole:
la invocai ne la mia mente bambina
in sino a che tra i canti e le vivuole
nel Petrarca la vidi con inchina
testa pensosa e non facea parole.
Ma poi ma poi come inalz la faccia
con che piglio soave ella si  mossa
quando in terra segn l'umana traccia
al mio pregar dicendo - Fa' ch'io possa! -
Dove lucido un golfo apre le braccia
che non teme del vento la percossa,
fini l'a lungo inseguitata caccia,
e ton il cielo, e l'aria si fe' rossa.
A' tuoi ginocchi mite l'unicorno
a porre il capo mansueto venne;
una pantera dal bel manto adorno
versava da la bocca odor solenne;
la fontana del riso intorno intorno
rompeva un lento strepito perenne;
cantavano com'arpa i rai del giorno:
- Questa Fenice da l'aurate penne. -
Con che vaghi tremori e fulgor nuovi
ondeggiano le palme in su lo stelo,
e le rose fiammeggiano su i rovi,
ed amor corre in ogni petto anelo,
dal d che i passi lietamente muovi
nel sole, e a l'aura ventila il bel velo!
O cielo, i raggi tuoi tutti in me piovi,
raggia l'anima mia su verso il cielo!
 XXVII
Stando su 'l ponte io miro passar l'onde
nel cheto incendio del mattin rosate;
e mentre attendo a contemplar le sponde
nel terso specchio gi capivoltate;
una farfalla ch'or sopra una rosa
dorm leggiera il viso mi disfiora.
Ah sento il bacio de la dolce sposa
che ancor commosso la mia bocca irrora.
E se il fiato del giugno quelle gialle
ciocche de i tigli ventila e l'aroma,
io riveggio dorante per le spalle
tremolar lieta un'odorata chioma.
Se il fringuello alto canta - Ne l'amore
dolce  la vita, e un riso ho nel pensiero! -
una mestizia sbita dal cuore
sforza la lingua ad assentire -  vero. -
Se la rondine rade bassa bassa,
per crre il fango, l'acquidoso lito,
nuvola di tristezza in cuor mi passa,
ch non di figli  il mio letto fiorito.
Cos con agil moto a la natura
varia infinita mescomi, ed i fili
invisibili io sento onde con pura
mano mi guida a sensi alti e gentili.
 FANTASIE
 XXVIII
Apre le bianche vele, come un cigno
placido, quella barca che scompare;
di fulgore la cinge il ciel benigno,
la fa un vento di poppa via volare.
Qual fiammante topazio in un adorno
scrigno d'ebano splendi in mezzo al mare;
seguon la sca i pesci; a vagheggiare
tanta bellezza, alcun pensa a te intorno.
Alcun pensa a te intorno - Oh la burrasca
si levasse con grido furibondo!
s'incolonna e inabissa, come frasca
al vento, questo schifo e cala a fondo.
Fra i mugghianti aquiloni a quelle creste
di scoglio ti trarrei dal centro immondo;
colan le perle gi pe 'l capo biondo,
segna le forme madida la veste.
La veste segna madida le forme
e le stringe di lenti abbracciamenti:
urlan l'onde fameliche a gran torme,
aspri mandriani le irritano i venti.
Niuno ci salva pi! fra l'oceno
getta il tuo viso de i pallor vincenti:
li credono la luna in cieli spenti
le barche che beccheggiano lontano.
 XXIX
E le galline fanno un gran crocchiare:
han visto in alto un falco roteare;
e le galline crocchian forte forte,
e il mio cuor sogna che passa la morte.
Ma dove  andata, dove, la mia sposa?
ma dove s' fuggita l'amorosa?
il letto  vuoto qui dal manco lato,
e di fregi sanguigni  ricamato.
Pur ieri sera, come vite al ramo,
s'allacciava al mio collo e dicea - T'amo! -
pur ieri sera, giglio nel giardino,
s'addormiva, raggiando, a me vicino.
Ma quando  morta? e dove  seppellita?
ed io dov'ero? oh triste a la mia vita!
Or bussar mi conviene a l'aspre porte,
per riaverla, de la sorda morte.
- Morte! - Chi batte? - Io sono un pellegrino;
come un can guasto m'insegue il destino:
mentre io dormivo un fior fosti a rapire,
tenera pianta acerba per morire. -
- Or tu nel petto ti percuoti:  morta
per colpa tua: n t'apro questa porta:
ch le fanciulle abbisognan d'amore
come d'acqua sorgiva un picciol fiore.
Tu non hai tolto a quel giglio sereno
la sua gran ste, ed  venuta meno.
Mentre io passava, chiese in fra le braccia
mie di chinare sa smunta faccia. -
Finalmente son desto. Un largo pianto
m'inonda il petto: a me pura da canto
ella fiorisce nel dolce riposo.
O ben venuto, sole radoso!
 NOSTALGIA
 XXX
Reggio di Calabria, 1886.
Di sotto il giogo di memorie care
china la fronte,  dolce ricordare.
Forse rivedi il tuo mare d'opale?
lieta lo solca qualche vela bianca;
qualche oca con aguzzo taglio d'ale
[e s'ode il tonfo] ora la preda abbranca;
la lucerna del d volgendo stanca
languida infuoca il cielo e l'onde chiare.
Poi gli oleandri tremano a la luna
che amica piove il lume e le rugiade;
sott'essi passa lenta schiera bruna
di donne: uscite ne le aperte strade,
al fulvido colore che le invade
mostran le chiome e i visi luccicare.
Come bella  la Spezia, e grata quella
soave casa dove il gran sereno
notturno ardea s forte, in cuor la stella
d'amor sorgendo: or dal nato terreno
pianta strappata incurvi il capo al seno
languendo e invochi il cielo tuo e il tuo mare.
 XXXI
Palermo, 1888.
Mite  qua gi il novembre come da noi l'aprile,
e m'offrono i ragazzi il fior de le viole;
ma se ne l'aria un palpito trema primaverile,
ma se lucente e biondo sorge e riscalda il sole,
l su, di l da i monti, alta la neve scende:
al fuoco la salsiccia odora e il vino splende.
Spunta il mattino, e il sole te spia fra le persiane;
ti trova in pianelline, discinta e in cuffia bianca.
Tu gli apri; egli ti dice - Io parto per lontane
regioni; se hai saluti, li porto. - Il cuor ti manca;
da gli occhi gonfi cadono due stille; il roseo lume
ne piove una a la Spezia e l'altra a Capofiume.
Al fine sei tornato, bianco letto forbito,
e ti han rimesso in gala come se fossi a nozze;
per molte lunghe miglia pigro te ne sei gito
sbattuto stazzonato da man villane e rozze;
ed ora ne la stanza campeggi come un trono:
Pian piano a me la sposa chiede - Pi tua non sono? -
Non so se i dolci amici di Spezia e di Livorno
di Modena e Bologna e Firenze e Milano
m'abbian cader lasciato gi via da l'aureo corno
de la memoria, come un fior vizzo di mano:
io so che spesso a mensa a canto a lor m'assido;
trovan vuoto il bicchiere, ed io li guardo e rido.
Perch'io son Liombruno; e se donna Aquilina
m'ha dato il caro amore e in esso mi consolo,
pur tengo il par d'usatti; cammina che cammina,
arrivo insiem co 'l vento; e in dosso ho il ferraiuolo
con che, non visto, o amici, a voi sono presente:
e fo come la spugna che beve e non si sente.
E se Palermo  bella, e da per tutto suona
che quattro strade in croce partono la citt,
e un giro d'alti monti le fa real corona
formando l'aurea conca felice d'ubert;
il cuor, che in picciol borgo nacque, pur l rimase,
ove non  che un argine, cinque olmi e quattro case.
 PARTE SECONDA
 XXXII
PAESE NATIVO
A mia Madre
Del canapaio in fiore ardon le chiome
lente e solenni, poich roseo scese
or dal cielo il tramonto e s le accese.
Senton fra l'alte chiome il fremer mosso
i nidi: per le gialle aure stellanti
[fiaccole eccelse] sprizzan voli e canti.
Pascon l presso in pace i bovi, pascono
begli indolenti. Attonito il villano
guarda i fuochi del ciel, sente dal piano
vasto un senso salir religoso,
e il vincastro gli scivola ozoso.
Anco per poco ondeggerete, o chiome
de la canapa verde, in mezzo a i campi,
gonfie a sera di canti e voli e lampi;
nel macero canoro, ove le rane
fan nozze ascose, strette in fasci tondi
ingombrerete inerti i bruni fondi;
l giacendo finch fatto il tiglioso
spoglio del gambo bianco come luna,
tratte a l'aperto, in tondo, ne la bruna
notte figurerete a' viandanti
grandi rcche fantastiche albeggianti.
In quei tramonti caldi fiammeggianti
per gli azzurri tranquilli, oh quanta gloria
vidi nel cielo! e un senso di vittoria
gonfiava il cuor mio picciolo, se un vecchio -
mio padre vecchio - a me dicea d'Orlando
chiuso ne l'armi, il corno in pugno e 'l brando.
Fuggiva Erminia in pianti; una fraschetta
balzando d'un cocomero, - Amor mio,
chiedeva, ho ste! - A torno era il ronzo
de l'api che veleggiano immortali
dal Mincio a l'Arno crepitando l'ali.
Rosso sogno di gloria, in alto splendi!
Onde - addio - dissi, al borgo piccoletto,
dove al cielo fumava il patrio tetto.
E lungamente dispregiai quel nido
ove a me premurosa, quando ignudo
di penne e artigli, era la madre scudo.
Deh come breve il prato de la casa
poi mi parve tornando! ben cresciuto
oltre a la siepe io m'era un palmo arguto.
Con voi, pioppi, con voi re de l'ampiezza
serena, un d non gareggiai d'altezza?
Ma or che tocco il colmo di quell'arco
che triste scende, l'arco de la vita,
ed in cuor palpo pi d'una ferita,
con che assidua protervia di dolcezza
or mi punge un deso di paci care,
e sospiro il paterno focolare!
Quivi due vecchi, o benedetti!, a sera
parlan di me. Di sera  dolce cosa
riposar la giornata faticosa
nel domestico tetto: entran da fuori
voci d'umani e del piano i rumori.
C' un zufolar s tremulo, che viene
di fondo a i fossi su da i rospi; e sale
sottil rigando il querulo corale
gracidar de i ranocchi; mentre i grilli
trillan dal verde, e di lontan su l'aia,
odiator de la notte, il cane abbaia;
e cos bianca sale in cima a i pioppi
la tonda luna, fra il susurro blando
de l'aure che l'annunziano frusciando
per l'alto verde in fra l'ombrose grotte,
che a me fa dolce il petar di notte.
 XXXIII
ORE NOTTURNE
A Guido Biagi
Par che si desti un fluto se il vento
tra le fronde di un olmo cavo investa:
ei sbuffa e scuote e zufola contento,
e dice a l'olmo - Balla ch'io fo festa. -
Al dolce suono, a la furlana snella,
la luna in cielo ferma il suo cammino:
si piega l'olmo a riverir la bella;
goffo servo rif l'ombra l'inchino.
Un nido nel pi fitto, come un cuore
in bel florido seno di fanciulla,
tutto ad un tratto  preso da l'umore
di far bordone al vento che lo culla.
Andate in tempo! Vi han sentiti i neri
grilli co i violini fuor dei buchi;
si accordan gli usignoli ne i verzieri,
le verdi raganelle su i sambuchi.
Alzate il tempo: pur soavi e piani
con dolce accordo fra un mormorio blando.
Convien cantar, se dormono gli umani,
bel bello, a mezza voce, a quando a quando.
 XXXIV
CONTRASTO DI CARRETTIERI
A Giovanni Pascoli
Due carrettieri a notte alta, vegliando
su i barrocci, si mandano i lor canti,
fra 'l tinnir dei sonagli, mareggianti
su le ghiaie le ruote a quando a quando.
1
Cala la luna e tinge tutto in giallo,
pallide gli astri gettan lor fiammelle;
in una casa fatta di cristallo
raggia un topazio al lume de le stelle.
2
Cala la luna, e l'amor mio s'addorme:
io solo veglio e vo perdendo i passi;
bacio le porte de la casa e i sassi
ove celate stan le belle forme.
1
Un pi di rose gialle s fiorito
che rende odore a torno a le contrade,
forse mi sogna in quel lucente sito,
e il ciel vi piove tutte le rugiade.
2
Io perdo i passi e me ne vo bel bello,
ch suo padre m'ha detto ch'io mi guardi:
s'io passo, al suo verone alzo gli sguardi,
e la mano mi corre su 'l coltello.
1
Io voglio trapiantarlo quel bel fiore,
farlo fiorire dentro a la mia stanza;
dove abita mia madre, a cui nel cuore
mette i suoi verdi rami la speranza.
2
Il coltello  lucente e grida - Scanna! -
Dolce ride quel viso e intma morte.
Passo e ripasso avanti a quelle porte,
e un altro forse mi beffeggia e inganna.
1
Ma che? Discender veggo gi dal cielo
una nube di gigli luminosa:
ella avvolge una rosa in bianco velo,
e il cuor mi dice - Guarda la tua sposa. -
2
Meglio la vita in carcere stentare,
che ruggir sempre a la pioggia e al sereno.
Un nastro rosso lista un bianco seno....
a fiotti a fiotti il sangue ha da spicciare.
1
Apri le braccia, o sposa; a te vengo io,
che come luna sei pallida e bionda:
sopra il tuo cuore palpita il cor mio,
ne gli occhi tuoi l'anima mia s'affonda.
2
Il sangue spiccia e fa la mia vendetta.
Quante volte ridendo mi hai schernito?
se tu mi avessi preso per marito,
or non andre' in prigione, o maledetta.
A DUE
Or su, dormiamo: taccian le canzoni,
le rose, il sangue, i fulgor gialli e rossi:
dormiamo in pace; e voi, muletti buoni,
deh non ci traboccate gi pe' fossi. -
Cos s'addormentr placidi e soli,
cos posero fine a i canti snelli;
non sognarono spose n coltelli:
cantano per cantar, come usignoli.
 XXXV
VANTO DEGLI ARGINI DI RENO
AD ALBERINO
A Luigi Gentile
BOLOGNESE
Argine dei confini ferraresi
che meco affreni e indrizzi il fulvo Reno,
passi ammirando bei rossi paesi
fra verdeggianti pascoli di fieno.
FERRARESE
A te, fratello, ridono pur sotto
bei villaggi loquaci come nidi.
Da' tuoi bianchi villaggi a tratti un rotto
mi giunge a sera gaio suon di stridi.
1
Noi percorriamo terre s ubertose
e s ridenti che ne brilla il cuore!
Vasta la msse ondeggia, poderose
falci chiedendo al curvo mietitore.
2
E gli olmi, cui le viti abbraccian strette,
muovono in crsa a ripartire il piano.
Sembrano, in danza, brune giovinette
che, sfilando, si tengano per mano.
1
Di lineate selve la fiorente
canapa il suolo imbosca alta e serrata.
Se la costeggi, allargasi repente
in faccia al casolar l'aia quadrata.
2
Le pannocchie salendo il nudo stelo
a due, a tre, co' crin spioventi ed arsi,
prometton balli sotto mite cielo
per la vendemmia, e vitto a' giorni scarsi.
1
Oh le risaie estese a l'orizzonte,
vera dovizia de' terreni bassi;
onde su i carri  poi di sacchi un monte!
Gemon le ruote dirompendo i sassi.
2
Oh i duri bovi in mezzo al campo arato
sogguardanti pacifici d'intorno!
Gli ombrosi manzi, gloria del mercato,
co i nastri in giro pe 'l bel collo adorno!
A DUE
Oh felici pianure al ciel dilette
ove ogni bene versa l'abbondanza!
Oh in voi cresciute genti benedette
di larghe spalle e d'ilare baldanza!
IL POETA
Argini, amici miei, fidenti cuori,
cuori di re, gran cuori di poeti,
de le voraci fami e de i sudori
sanguigni inconscii voi cantate lieti.
Ma non per s dal macero vischioso,
dove a lungo si affonda in sino a l'anca
mentre il capo gli sferza il sol cruccioso,
tragge fuori il villan canapa bianca.
Ma non per s quando l'ottobre odora
spoglia le viti e pigia il tin che bolle.
Le ricche spighe che il bel giugno indora
miete per altri e bagna l'altrui zolle.
Per lui gli algenti verni, e i flagellanti
solleoni e le pregne acque di mali;
e la fame che spinge a le aspettanti
carceri, e la pellagra a gli ospedali.
Onde fugge la patria. Maledetta
terra, poi che i capestri attorce in vano
e a far degli olmi forche non s'affretta!
Patria s dolce a l'esule lontano.
"Bel campanil che ne la rosea sera
mi chiamasti a la prece in dolce suono,
se dal mio labro cadde la preghiera
per maledire, o campanil, perdno!
Bel davanzal fiorito a l'amorosa
il d primo di maggio con bel dono,
s'ella  vedova fatta pria che sposa
co 'l cuore in pianto, o davanzal, perdno!
Bel focolar, di rado, ne la festa,
lieto del poco manzo e del frastuono
de' ragazzi, s'ora odi de la mesta
madre i singhiozzi, o focolar, perdno!
Ma non perdonerai tu, cimitero,
d'aver lasciati i morti in abbandono.
De l'ossa al padre omai fatto straniero
invano invano chieder perdno!
Sotto una croce insieme uniti tutti
entro il patrio terren dolce  dormire.
Pace hanno i cuori, i pianti son rasciutti,
sciolgonsi al vento gli amor nostri e l'ire."
 XXXVI
IL CONTRASTO
DE LA BIONDA E DE LA BRUNA
A Luigi Bonati
La bionda ama la luna, poich questa
fulgea quand'ella nacque in primavera,
onde s'attorce chiome d'oro in testa,
languida gli occhi come azzurra sera.
Ma la bruna ama il sole: a la risaia
ei guard l'allor nata s'un cigliare;
di un bacio le abbronz la fronte gaia;
le di torvo fra gli occhi un corruscare.
LA BIONDA
Se vuoi venire a dir le romanelle,
medita il tempo e conta le parole:
 pi bella la luna fra le stelle,
 pi bella la luna o pure il sole?
LA BRUNA
A cento a cento io so le romanelle,
fresca ho la voce, e pronte le parole:
 pur bella la luna fra le stelle,
ma s'io amo la luna, adoro il sole.
1
La luna s'alza a sera e passa i monti;
la va, la va, la non si ferma mai;
si specchia ne le valli in mezzo a i fonti:
ella fulgeva ch'io m'innamorai.
2
Il sole s'alza, e si va a far la frasca
in cima a gli olmi teneri fogliati:
ad ogni scossa la rugiada casca,
bagnando sotto i visi innamorati.
1
La luna in cielo pare una bambina
che vada e vada a un ritrovo d'amore;
passan le nubi sopra l'argentina,
e passa una mestizia dentro al cuore.
2
Il sole gira e pare quell'amante
che in chiesa, a festa, mi ruota d'intorno:
il prete dice le parole sante,
quegli, in un canto, raggia tutt'adorno.
1
La luna bella scende ne la stanza,
dolce mi sveglia e invitami a sognare:
io sogno lui ch' sola mia speranza:
cala la luna, io voglio lagrimare.
2
Il sole splende, come un secchio d'oro
getta scintille e fiamme a la pianura;
a mezzogiorno tace ogni lavoro;
sotto a un'ombra si passa la calura.(3)
1
Sotto a la luna cantan gli usignuoli
presi a l'incanto de la notte nera;
vanno gli amanti a coppia, o vanno soli:
lo sa la luna, ma non  ciarliera.
2
Il sole, il sole batte dentro a gli occhi;
gi per la faccia colano i sudori;
s'apron le spighe gialle s'ei le tocchi;
d forza allegra al cuor de i falciatori.
1
Quando la luna cala, una canzone
spesso da basso fa la serenata:
le coltri son di penne di pavone,
scendon le stelle in fronte a l'adorata.
2
Ma in chiesa ci s'andr che il sole  sorto,
diremo il s che il sole  ne le valli:
di notte  una gran pena e uno sconforto!
si volta fianco, si ascoltano i galli.
1
Mi do per vinta se sai dirmi lesta
se  meglio la promessa de la cosa:
tu sei fanciulla finch il sol non resta,
ma se splende la luna tu sei sposa.
2
Datti per vinta anche 'sta volta lesta:
 meglio la promessa che la cosa:
la rosa piace finch intatta resta:
tutti fanciulla, un sol t'ama se sposa.(4)
 XXXVII
NIDI
A Vittorio Rugarli
Quando la siepe in costa al prato odora
soavemente al bel tempo giocondo,
e il pioppo sopra lei d'oro incolora
le rame al cielo digradanti in tondo;
la capinera dentro al cuore un pruno
sent pungente [su l'ondante ramo
si cullava leggiera], e tosto, in uno
sprizzo di gioia, inconscia disse - Io t'amo! -
Ed un maschio la ud che il capo nero
in trionfo portava via pe 'l cielo;
ed esperto in amor franco guerriero
si lasciava cader su l'alto stelo.
Come un argenteo tinn di campanello
che pettegolo vibra lungamente,
mosse la voce a dire - Il tempo  bello! -
l'altra, da basso -  maggio - dolcemente
bisbigli, ripiegando i curvi occhiuzzi
e il collo l dove il bel maschio inchino,
di su di gi con mosse ed atti e ruzzi
di tra 'l verde faceva capolino.
-  maggio s, - quei ripigli con schietta
voce squillante, - e ben fu certo il maggio,
il dolce mese, che con sua verghetta
di rose mi ha percosso al mio passaggio;
o veramente che la modulata
vostra voce mi  giunta in mezzo al seno:
non so: so certo che una rosa  nata
in questo istante, e che d'odor son pieno.
Voi siete verginetta, a quel ch'io penso,
che tanto vi si effonde ingenuo il cuore.
O rose, o maggio, o cieli, un dolce senso
date a questa gentil, date d'amore.
Vientene meco, o ch'io ti rubo; uniti
andremo a cr fuscelli ne la valle:
faremo un nido: i zefiri romiti
lo sapranno sol tanto e le farfalle.
Se tu starai su l'ova carnicine,
io andr in busca di semi e di rughette:
finch un bel giorno sotto a l'ale incline
picchiar martelli, mordere pinzette
tu attonita sentendo, ammirerai
piccioli becchi e vispi occhi rotondi.
Mammina, de' tuoi figli troverai
a me simili i primi, a te i secondi. -
- Quante cose sapete! - ella seguiva
beccandosi i piedini. - Or dite - un uovo
come si ottiene? - e trepida arrossiva
e di s stessa a s faceva covo.
Ma quando vide lui che, scintillante
gli occhi e il becco, scendea fra strida e lampi,
e arcate l'ugna e l'ali aguzze; ansante
cerc la fuga per gli aerei campi.
Poi tutto il giorno al limpido ruscello
ei la inseguiva e a l'odorato ramo;
ella fugga ridendo - Il tempo  bello! -
ed egli dietro gorgheggiando - Io t'amo! -
Ma quando il vespro intenerisce i cuori,
languido s'apre il fior del sentimento,
ne l'alto mescolarono gli amori,
e talamo era l'odoroso vento.
Co 'l rumor che affluendo due ruscelli
mescon garrule note e riccie spume,
confondevano in ciel gli amanti uccelli
e il s e il no e le arruffate piume.
Il giorno dopo a le intrecciate gronde
de l'alta siepe ella torn con cura:
oggi un nido, se il vento apre le fronde,
si scopre d'elegante architettura.
 XXXVIII
L'ANELLO SMARRITO
Ad Ugo Brilli
Udii [sdraiato sotto il verde ombrello
di un'ampia quercia, su l'erboso piano,
mentre il cuor s'allietava per Brunello
che a Marfisa rapa l'arme di mano]
certa solenne chiacchierata pazza
fra un contino ridere sottile:
era una cingallegra ed una gazza,
plaudente una co i motti al bello stile
de l'altra, vecchia, che - Or ti pensa, ed ecco,
fui - raccontava - de la nuova sposa
ne la stanza, e a un cerchietto dii di becco
raggiante di letizia luminosa;
ma in quel che volgo a la finestra, l'uscio
s'apriva, ed entra, adagio, un po' sbiancata,
la sposa, e dir le sento [a pena io sguscio
dietro a un com] che in chiuder la vetrata
si vide il dito senz'anel. Secura
per ripigliarlo mosse a la teletta;
poi fece un gesto, e su la fronte pura
pass la mano e fra s disse - Aspetta....
aspetta un po'.... l'ho messo.... - E irrequieta
lo cerc da per tutto, disf il letto,
- Ohim! - gemendo - non sar pi lieta
che ho perduto l'anello benedetto? -
[Hai da saper che la lor fede unita
tiene un po' d'acqua da le nozze in poi;
quasi, senz'acqua, a la rama fiorita
Dio non benedicesse ancra noi!].
Come sai, cerc invano. Andava fuori
spesso levando gli occhi al ciel preganti,
e sbito tornava con tremori
pallidi a rifrugare in tutti i canti.
Venne la sera, ed io non davo segno,
per paura, di vita; solo il cuore
picchiava forte forte in contro al legno.
Che hai - sentivo dire -, o dolce amore? -
Era il marito: e le sciogliea le chiome
che fluivano larghe su le spalle
con onde d'oro morbide, s come
biondo vespro su 'l giglio de la valle.
Avessi visto! a me fu per cascare
la preda, vinta da sottil martro.
Ei vedendo la sposa lagrimare
badava a dire - O tutta mia, tesoro
mio, cuore mio, tu piangi! - e poi le bianche
mani da gli occhi le stogliea fra un pieno
di baci, e, il busto sciolto al petto e a l'anche,
teneramente la stringeva al seno.
Chinando il capo in su la manca spalla
di lui, proruppe in s dirotto pianto
la mesta allor, che la mia preda gialla,
il suo pegno d'amor fidato e santo,
[anch'io l'ho un cuore] mi sguizz, e 'mprovviso
le ruzzol, tinnendo, al pi. Festoso
un oh mis'ella stridulo! e in un riso
s'avvolse! e niente ci capa lo sposo.
L'anello si rimise, e scinta e allegra
gli porse i labri e il sen rosei contenta.... -
E poi, e poi, - chiedea la cingallegra,
dacch la gazza ora taceva attenta; -
d' su, d', la mia vecchia. - Ma l'astuta
che m'aveva scoperto ad ascoltare,
- Oib - faceva - io sono sorda e muta,
io.... non mi piace di spettegolare. -
 XXXIX
I PENSIERI DEL ROSIGNUOLO
S'io potessi cantar fino al d chiaro
che la luna si annega nel bel lume
roseo diffuso d'orente, caro
avrei pur d'asciugare al sol le piume.
Chi sa che note allor darebbe il petto
fiottar veggendo l'aura luminosa,
presso a un ruscel ciarliero terso e netto,
fra il verde muschio a l'ombra d'una rosa.
Chi sa mai come lieta la mia gola
darebbe un canto di tutta dolcezza,
quando ogni cuor nel fosco si consola
e verso il ciel si eleva su la brezza.
Ma s'io pi veglio mi lega la vite;
ma s'io pi resto viene il bel serpente:
con occhi d'oro e squame colorite
m'incanta e attira a s soavemente. -
Sotto la luna, al bosco, abbiam visioni
ed ebbrezze e languor soavi, alcuna
volta ad un tratto infioransi i veroni
di belle donne al lume de la luna.
Inchinano la testa sotto il raggio,
con un sospiro elevano i bei lumi;
su 'l nostro canto pnesi in vaggio
l'anima loro, e varca i piani e i fiumi.
I leprottini stan sotto, oblando
nel pian d'argento il lor timido cuore.
Presso una siepe ruzza contrastando
una villana indarno a l'amatore:
ma l'anima, ch' in alto, non li vede;
essa vuole salire nel turchino,
fin che scendendo rugiadosa siede
presso un verone al sorger del mattino.
L non osa pensar come la testa
pieghi nel sonno il giovinetto lasso.
Lungi la bella donna in tanto resta
senza anima cos che pare un sasso. -
 XL
APOLLO E DAFNE
Vuoi che ti dica perch il verde alloro
ghirlanda l'alte fronti de i poeti?
Sacro ad Apollo che le muse in coro
guida su i clivi di Parnaso lieti,
prima che arbusto da le bacche d'oro
inebbrasse i pallidi profeti,
fu vaga ninfa a cui seguitar piacque
la da Diana, onde ogni suo mal nacque.
Nacque il suo male per la dea seguire
e il casto rito e la sanguigna caccia
schiva di nozze: il d che Apollo l'ire
del Pitone fiacc con forti braccia,
in su la sponda del Peneo venire
la vide alzata e ne segu la traccia:
scalza ed alzata Dafne giovinetta
gli si tolse dinanzi con gran fretta.
Con gran fretta si tolse al dio davante
che la pregava del soave amore.
- Ferma - diceva - deh, ferma le piante;
un dio t'insegue, non un vil pastore. -
La giovinetta pur presta e volante
sfuggiva da le man del ghermitore;
le incolte chiome a l'aura si spandevano,
e perch incolte pi Febo accendevano.
Accendevano il dio con pi baldanza
la belt rude e quelle chiome incolte:
poi che con dolce ed umil desanza
l'ebbe pregata cento e cento volte,
del pi divino l'agile possanza
e la snellezza de le membra ha sciolte:
sembra sparvier che insegua una colomba,
e il remeggio de l'ali pe i ciel romba.
Romba il remar de l'ali e vince il gemere
de la fuggente. A dietro ventilando
le chiome de la donna in lungo fremere
battean su 'l viso al nume a quando a quando.
E le vesti, il bel corpo usate a premere,
smosse dal crso ora lo gan mostrando;
onde come il deso pi lo flagella
si stringe Apollo a la vergine bella.
Che bella e vinta, giovane e mortale,
vlta allora a Peneo, ch' dio del fiume,
[dolce cosa a vedere la nivale
fronte, e degli occhi al ciel preganti il lume]
- Conservami a Diana il virginale
corpo - chiedeva -, o mio paterno nume! -
E non s tosto Apollo i crin le afferra,
che i pi veloci ella ficcava in terra.
In terra implic i piedi, gi s snelli,
fatti radice. Apollo un verde arbusto
si strinse fra le braccia, i membri belli
palpitavano ancor sott'esso il fusto;
l'un braccio e l'altro e il viso ed i capelli
moveansi a l'aure su 'l mutato busto
gi rami e fronde, e sol la bianca cima
de l'albero mostrava qual fu prima.
Qual prima fu quando bianca e formosa
fiora la guancia e gli occhi eran due stelle.
Apollo, dopo che al baciar di posa,
fe' sacre quelle fronde. E non le svelle
ira di nembi o verno; ed a qual osa
fronte in cantando co le ascree sorelle
spander di poesia lucido fiume,
o vinca ad oste, le inghirlanda il nume.
 XLI
PANE
Pane, quel tutto nocchi, quell'irsuto
che ha la stizza su 'l naso, come il caccia
Venere, insegue la fuggente traccia
di Siringa, allenando il pi forcuto.
Voi, paludose rive del Ladone,
vedeste la fanciulla in fra le canne
tremante, quando in lei l'avide spanne
sospinse il nume, predator falcone.
[L'aspra bocca che getta un acre fiato
deh non offuschi quelle molli rose;
deh non s'affondin quelle noderose
branche fra i gigli del bel san lattato!]
La fanciulla disparve nel palude,
la fanciulla si ascose sotto terra:
aride canne, dopo tanta guerra,
l'innamorato iddio contro 'l sen chiude.
Pane, adorando, quelle canne allora
congiunse, disvett; con molle cera
l'impari univa, e ne traea leggiera
una melode, qual chi prega e plora.
Ne le mie valli spesso il vecchio affetto
anche oggi sveglia a mezzo giorno il dio,
quando un senso d'amore co 'l bruso
del vento fra le canne scende in petto.
Rompe stizzoso Pane fra il canneto
che trema come il grande equoreo dorso;
fuggon le canne de l'audace al crso
e gettano un lungo ululo inqueto.
Ma quando a sera tingesi di rosa
il cielo, ei torna a le canzoni, al duolo:
noi crediamo che canti l'usignuolo
ne 'l deso de la notte umida ombrosa:
e rispondon lontan le risaiuole,
al cielo alzate le lor fronti belle:
muore d'intorno un suon di romanelle(5)
ne la mestizia del cadente sole.
 PARTE TERZA
 XLII
RICORDI D'INFANZIA
Quando, varcato il Reno, sopra Santa
Maria saremo giunti, io come il Clasio
comprai fanciullo e lessi, ti dir. -
Cos mio padre, or son vent'anni; ed io,
gi stanco, sparnazzavo, strascicando
le gambe, enormi nuvoli di polvere.
Era l'agosto, e da i pungenti cardi
lasci il becchime urtato al scalpicco
un cardellino, e in su la verde cima
di un alto pioppo se 'n fugg garrendo:
- O bel cielo, o bel cielo, o fiore azzurro
nel cui sen ventilato, immenso, a sera
io m'immergo aspirando i freschi odori
che da terra convergono, perch
mai quel fanciullo me beccante il cardo
d'improvviso sturb? chi, s'egli cena
sotto a la loggia [ed un gran lume in mezzo
a la tavola raggia, contro a cui
rimbalzano, cozzando, le notturne
farfalle], chi, chi lui scompiglia? A lui la
madre versa da bere, e sbuccia i fichi,
ed afftta il popone: o azzurro cielo,
debba ei sempre cantare in su la frasca
come faccio io; ma non becchi il panco. -
Santa Maria di fra due gran filari
di pioppi compariva, ed io del Clasio
bevevo la novella. - Un giovin merlo,
un po' tondo, un nidiace, a cui la barba
d'esperenza era per anco in feri,
un lattonzo direi - se si potesse
dir ci d'un merlo, - avendo visto in cielo
una piuma nuotar spinta dal vento,
la credette un uccello; onde a la madre
chiese del nuovo rematore il nome.
La vecchia, che era un po' filosofessa
e navigata, si gonfi alcun poco;
poi, salita in ringhiera, lo ammoniva
che nel mondo corrotto orrido guasto,
se amico vento mai gonfi le vele,
non che gli uccelli volano le piume. -
A notte, io rivedevo in fra bei sogni
d'azzurri cieli e smeraldini pioppi
d'acque sonanti e voli d'ippogrifi
fiori farfalle d'oro e uccei turchini,
il tondo merlo e il cardellin profeta;
e il ciel volavo, fatto or l'uno or l'altro:
prsago il cuor, ne i sogni del futuro.
Or guardo piume che le stimo uccelli,
canto a la frasca e non becco il panco.
Ma perch non contarmi del superbo
augel caro a Giunone, e un barbagianni
non sfugg rottoso? Ora io, accennando
con socchiuse pupille e lezzi e attucci,
trarre' mi intorno qualche allodoletta
attirata al fulgor di due begli occhi:
o terrei del pavone, come qualche
mio dotto amico: egli ogni tanto un crai
getta da gotteragnola ben tronfia;
poscia volge il didietro dispiegando
l'aurata pompa de l'occhiuta coda;
e la gente ne i crocchi - Di che strani
pregnanti veri o torride bellezze
sar gonfio quel crai? ben io trasecolo!
Alberino, agosto 1885.
 XLIII
A GIOVANNI MARRADI
Qui dove il golfo pi e pi s'interna
tra due fila di colli per l'ondoso
Tirreno digradanti, o mio Giovanni,
vieni; ch certo a un livornese  grato
guardar come qui 'l mare teso e dolce
queto azzurreggi come lago, n
contro il ciel monti d'acque erti avventando
strappi le navi e le travolga in alto.
Vieni: ben io co gli stupendi vini
fra il vivo sasso maturati quando
il sole fa tinnir sonoramente
pi rarse le pietre, in grande copia
giocondi doni porger a la Musa,
se tua Musa gentil non gli abbia a schifo.
Qui con noi sar 'l Pascoli, di motti
alacri arguti trovador maestro;
deh! come lieti ciarleremo a pranzo!
- Quel Mazzoni, quel Biagi [i due gran Guidi]
non fan nulla per noi? pure da ieri
il buon Giuliani spulezz dal mondo,
e l'universit par che ne ammicchi. -
- Tu non sai che quel nostro vecchio amico,
quella gran bestia, un vero buacciolo,
 titolare di liceo! - Le querce
fanno i limoni: e quando s'ha la moglie
ei pur bisogna striderci. - Tu, Schicchi,
che fai? prendi tu moglie? - A me mio padre
lasci morendo due sorelle sante,
a cui padre e fratello e tutto io sono.... -
- Hai letto i nuovi versi del Carducci?
egli  sempre il gran dio! veracemente
Apollo ha in seno e tutto quanto il coro. -
- Questo vino  pur buono! e qui fa caldo....
Usciamo. - Sempre Spezia  un incantevole
soggiorno. Come ondoleggiando placidi
quegli oleandri vlti al mar s'accendono
di cento fuochi quali rose in grappoli!
Vedi come tramonta il sol tra fiammei
vapori, e il golfo palpitando tremulo
par tutto d'oro liquefatto? S'alzano
ora leggieri i venti e freschi spirano:
senton gli uccelli il fresco e ai voli tornano;
slargano l'erbe ogni lor vena e gli alberi;
e le barche velate l'ali gonfiano,
ne gli orizzonti ceruli dileguano.
Spezia, l'agosto del 1885.
 XLIV
A GUIDO MAZZONI
Sento pi d'un che intorno a noi si lagna:
- Questi poeti [oh il docile eufemismo
onde s'allude a chi due tuoni accorda]
questi poeti son pur vani! a loro
basta in un coricino alzar l'incendio;
di due begli occhi struggersi a lo specchio
come Narciso al fonte, o trarre ignuda
Venere infalconita per le strade.
A che lor de la patria? o se Trieste
pianga, o il vento ne porti il lungo grido
de i morenti per l'Africa, che importa?
Oh tristi, oh tristi! - Ed io con lor mi lagno.
Pur se per me s'adori il bel paese
che dal Ligure scende nel Tirreno
s'incorona de l'Ionio e a l'altro fianco
ha l'Adrian sol memore di Pola,
dir non potrei; n se le sue sventure
sieno pur mie; ma tu, lettore, ascolta,
dacch un parlare ornato sia il sermone.
Certo divina cosa  su le tempie
cingere alloro che movendo i rami
faccia le destre correre a le spade,
gettar lampi le spade, e risonare
l'armi riposte de gli eroi vetusti
mandando fiamme le visiere. Pure
perch la strofe s'alzi altera a volo
cantando la vittoria o insanguinando
lo spron d'acciaio, uopo ha di lieti cieli
in cui s'irraggi l'ideale, o il cuore
di un popolo le porga l'aspra cote
a temprare fra i fulmini le spade:
ma se l'aere intorno  crasso, e nebbia
d'indifferenza fuma, ella languisce
al primo assalto co le penne spase.
A me quando a la mente ci ch' innanzi,
come ad uomo su monte si disvela,
allora fredde torbide visioni
si mostrano di morte, e agghiaccio. Tristi
d'orentali ciel di borali
come groppo di turbini incalzantisi
veggo non so che genti paurose
scendere ed a la strage: e spose e madri
spengono, e sradicati i nuovi fiori,
e noi tutti distrutti, le sante ossa
disperdono de i padri, orrende danze
orrendi gridi al digrignar de i denti
bianchi movendo osceni.... Un nuovo enorme
[tolgalo Iddio, e voi sacre romane
genti,] medievo gelido sovrasta.
Poi, se pi queto l'occhio oltre sospingo
nel silenzio seguace a le barbarie,
qualche dolcezza pur tu gusti, o cuore.
S'odono voci scendere dal cielo,
s'odono voci assurgere nel cielo:
sono, o poeti, o eroi, le glorie vostre.
Lievito eterno il latin nome desta
le ognor sorgenti civilt pe i secoli.
Eterno vola per le et 'l rimbombo
de' vostri nomi, Garibaldi e Dante.
 XLV
IL CEPPO
Ad Alfredo Straccali
Sibila e frigge il ceppo, e poi borbotta:
- Al fin sei fatto un uomo savio. A sera
garrisci per la spesa, mentre spingi
contro a gli alari i piedi. Ah invan la bruna
e la bionda ora stornano pe' chiassi;
ah in van tra le risate del bicchiere
tacito l'oste fa schioccare il Chianti.
Ch grave tu scavizzoli baiuzze
da sgangherare ciglia attente; o egregio
in vero, e regio professore. E dove
cova il vessillo tuo rosso qual brace?
a te dentro e di fuor pensile ondeggia
di ragliateli uno stellante nembo. -
- Amico, amico - io gli rispondo - [e in tanto
gli conficco le molle ne le occhiaie,
qual s'usa fra gli amici], e dove i rami
i tuoi rami superbi in contro a i venti?
dove le verdi fronde crepitanti
dal roseo lume del mattin trafitte
quando al soave crepito da i nidi
allungano le gazze contro il verde
che s'imporpora d'or, gole curiose?
Un giorno - tristo a te! - venne il non meno
ligneo di te villano, che a gran forza
sudando t'abbattea, s che te 'n giaci
miserabile tronco in poca fiamma.
Tale il destino a me. Pur non m'importa
se lo spiovente crin pota co i guardi
il parrucchier su la bottega; e il sarto
ficcando gli occhi l dove corrose
lustran le vesti, par voglia che al fine
oblique smorfie mostrino slabbrate.
N le piaghe del cuor temo. E se in vane
querele mi arrovello e struggo e fremo;
pure il fior de la speme a tese nari
io fiuto ancra, ancor gagliardo il sangue
come un capro a cozzar corre nel petto.
Forse - o ch'io spero! - ancra dritto al cielo
m'alzer come un pioppo; e a la divina
arte dei canti e a te, patria adorata,
ghirlande adorne porter di fiori. -
Crepita il ceppo, e struggesi di risa;
poi sguita - E' mi par che tu non ci oda
da quest'orecchio, e spampani in rigogli.
Senti una novellina - Un corbacchione
sbuc dal campanile, ch la fame
caccia il lupo dal bosco, or ti figura
i corbacchioni; e intenso stava il freddo
sopra la terra, e intorno neve e neve.
Adunque il corbacchione a un suo compare
formicone di sorbo venne umle;
ma giunto in cima a l'albero, lo vide
scheletrito nel buco e rattrappito
che parea monco; e ci lo mise in gala.
- Dove diamine mai - chiedea - riponi
le tante staia di panco? smagri
come la fame! Lieto a te che il freddo
non senti, e stai senza impannate. - Il fiato
tenea quell'altro per mostrarsi grasso;
poi - Nel granaio - rispondea - ci ho molti
bei sogni che daranno un bel da fare
a la gente per bene; e ho il sangue in fiamme. -
- Noi ce la diamo - pensa il primo e svigna -
anch'io nel campanil ci ho le campane. -
E noi pur ce la diamo a fare i sordi,
e forse la ci va di pari passo,
o poca polve, o poco fumo e vento! -
Ci ben sapeva, io rugumo, ma pure
a chi bene la spende nel travaglio
altre corone profumate porge
la vita, e il pan sudato d la forza
per la guerra diurna, ed a la lieta
tazza beviam de l'ilare salute.
E se la sposa ne sostenga il capo
pensoso e stanco, la cui mano brilla
come una gemma, e ruzzino chiassosi
i figliuoli per casa - ecco, uno spada
si fa del tuo bastone; un altro l'elmo
co' tuoi fogli si finge; un terzo guerra
intima, rataplan, cui ghella, plan,
echeggia linguettando il pi piccino
a cui diguazza fin sotto a gli orecchi
il tuo cappello; - non ti sforza un riso
onde a i lor giuochi vinto ti concedi,
mentre a tratti d'intorno alto risuona:
- Il peggiore soldato  sempre il babbo? -
Come rivivi in quei piccoli vlti
che ti specchiano molli! e l'aurea vita
che in te si spegne in loro si raccende!
Pi non credi morir. Ne l'avvenire
spingi lo sguardo, ed una grande casa
tutta piena di sol vedi: le nuore
sfaccendano fiorenti per le stanze;
adusti i maschi pendono da un veglio
ch'alza la man, non sai se a comandare
o a benedire; ed in quel veglio augusto
del padre tuo d'un tratto le sembianze
ravvisi e i gesti; onde a te stesso fine
non trovi e non a' tuoi, sino a che il sole
versi il futuro qui, roseo futuro
che a l'uomo innanzi ognor felice splende.
Cosi m'immergo in questi sogni; mentre
su 'l ceppo fatto cenere disegno
arabescati strani ghirigori.
Viene la sposa, e sgrida - Tu consumi
pur vanamente la candela, e fredda
il letto. - A me che s'apra par l'aurora
nel suo sorriso; ed i domestici echi
beffardi intorno un non so che consigliano.
Faenza, 1886.
 A' MIEI FRATELLI
 XLVI
Tu, felice rosaio, s'or stai sotto a la neve
s come uom che al peso degli anni incurva e imbianca;
le mani su i ginocchi, su 'l petto il capo greve,
tutta verso il sepolcro va la persona stanca;
tosto che il nuovo fiato di primavera aleggia,
rilevi il verde busto, ricingi il capo adorno;
a notte nel tuo folto un nido vi gorgheggia
chiamando in ciel la luna dal fiammeggiante corno:
per noi, poi che trascorsa  l'aurea giovinezza,
chiuso de l'aureo riso il luminoso fiore,
il sole ha raggi stanchi,  muta la bellezza
de le donne; le tombe sol tanto hanno splendore.
 XLVII
Neve, te canti allegra fata il poeta stolto,
mentre co i piedi caldi sta centellando il ponce;
e a chi 'l granaio scricchia nel peso del raccolto
e s'alzano legnaie d'olmi e querciuoli acconce.
Ma t'odia cui l'inverno con doppia spada offende,
la fame e il freddo acuti. Chi poi sotterra ha care
memorie, ad ogni falda che su le tombe scende,
dentro ti sente crescere e sopra il cuor pesare.
 XLVIII
Io veggo sopra l'argine alto di Codifiume
ravvolto ne la polvere del mezzogiorno adusto
passare uno sollecito. Veggo nel fulvo lume
e l'ombra sua co gli omeri curva ed a mezzo il busto
fermo il bastone. Medita, ed ogni tanto un fiore
coglie da un cardo, ch'ispido gli brontola un saluto;
sopra una porta, pallida una donna - Dottore, -
grida - ben venga! - Ah povero mio cuor, l'hai conosciuto?
Per di l quante volte, sollecito passando,
dottore, co 'l sorriso allevavi i mali?
ma il cuore era a Bologna, a Bologna da quando
c'erano i dolci figli, speranze trionfali
per te, che le fatiche con anima giuliva
portavi nel pensiero d'una futura gloria;
e poi tu sei caduto quand'io crescer sentiva
i fiori de la mia e de la tua vittoria.
Ma tu non mi abbandoni. Ed ogni notte bianca
imagine ritorni fra' sonni desiati;
e noi viviamo insieme: pure mi sembra stanca
la tua figura, e gli occhi son pallidi e velati,
e pi non mi sorridi come al tempo felice.
Perch mi piange il cuore, e annodasi a la gola
gonfio il respiro? Fredda la mente mi ridice:
- Ricrdati.... - N posso ridir l'altra parola.
N solo io t'amo, o sposa, pe 'l d che spaurita
i dolci occhi chinasti udendo il batter forte
del cuore mio, e la bionda chioma agile e fiorita
innocente sfidava tutti i miei sensi a morte:
e non pe 'l d che a terra cadder le intatte rose,
come se il frutto lega, dal melo il fior gi scende:
ma pi perch un mio vecchio su la tua fronte pose
un bacio che ogni giorno s'illumina e risplende.
 VARIE
 XLIX
Debbo dirti di gigli fatto, bel letticciuolo
s pieno di profumi tiepidi e cos bianco,
quand'ella il roseo vlto levando dal lenzuolo
e su 'l guancial poggiando il rilevato fianco
riflette ne i begli occhi dolci il deso d'amore,
ella fra bianchi gigli nuovo purpureo fiore?!
 L
Il roseo inclini orecchio al suon de la parola
che del tuo cuor le vie le pi riposte sa,
e tremi come al vento la tenera viola
al soffio de la luce che a giocondarla va.
Tue chiome allor son raggi di qualche ignota stella
che splendono al mio cuore come rubini ardenti.
Col donde venuti siete ad ornar la bella
portateci, bei raggi, pe' tersi firmamenti.
 LI
Quando la coppa splende di un bel fulgor ialino
e gonfia leggermente in un desio le gote,
io mesco; e canta allegro mentre che casca il vino;
dentro il mio petto un'eco ripete quelle note.
Allor m'assale un sbito deso di ciel sereno,
e sello l'ippogrifo che morde e imbianca il freno.
 LII
Al vecchio Anacreonte istorate coppe
offrivano il buon vino piene di suoni e canti
Centauri, uomini a mezzo, snelli l'irsute groppe,
cinti di rose Amori, di pampani Baccanti,
chiamavano a la gioia con vlti sorridenti,
faceano invito al bere con spalancate gole:
io ne i bicchier di vetro nitidi e trasparenti,
quante pi care vedo e pi gioconde fole!
 LIII
La nonna fila e dice. Suggon le sue parole
i bimbi coloriti le belle occhi-di-sole.
Dice del minor figlio d'un re, smarrito a caccia,
e de l'orco che annusa fiero l'umana traccia.
De l'orco i bimbi tremano come al vento le rose,
ma dietro i re si perdono le belle occhi-pensose.
 LIV
In riva in riva al mare siede la meschinella
si picchia il bianco petto, piange il perduto amore.
S'ode un vogar leggiero, passa una paranzella,
- oeh, prestami la barca, per dio, bel pescatore!
ti do monete d'oro, gemme di gran valore. -
- Non voglio oro n gemme ; un bacio, o bocca bella -
- Che Iddio ti disperda, malvagio ingannatore;
la barca in preda a i venti, il corpo a la procella. -
 LV
PER UN LUGHERINO
Cantando si consola
se il giorno  ne la stanza;
s come arguta spola
tesse perpetua danza.
Io sento l'alma mia
passar nel picciol petto;
di nuova poesia
m' pieno l'intelletto.
Su 'l suo canto a gli azzurri
io volo, cos belli,
dove tanti sussurri
passano d'altri uccelli.
Di l, giardini aulire
si sentono e pomar:
s'odon selve stormire
vaste; cantare i mari.
Si vedon le colline
confondersi co i lidi;
le citt piccoline
sembrano tanti nidi.
Voliam per l'aure snelle
in ciel di luce adorno
stupiti che di stelle
sia pieno il mezzogiorno:
e per l'ampie contrade
del cielo senza fondo
smarrisconsi le strade
di ritornare al mondo.
 GOLFO DI SPEZIA
 LVI
FONTE
O filo d'acqua che con vispo accento
rumoreggiavi per la notte cheta;
o picciol filo scintillante al vento
nel puro lume onde la luna  lieta:
t'ascolto con pi dolce ognor tormento
del mio cuor ne la parte pi segreta.
Riveggo ancra Spezia bella e sento
la dolce terra dove fui poeta.
Quante volte a te venni! L'indovina
tua voce mi chiedea s'alto, a i cristalli,
fioran, languide stelle, gli occhi cari.
Poi m'aggiravo fino a la mattina
che i mozzi t'adducevano i cavalli
sbruffanti l'acqua con aperte nari.
 LVII
BARCHE PESCHERECCIE
O veleggianti via pe 'l mar d'opale
sotto concavo cielo angiole belle,
con che fremer di gioia l'ali snelle
porgete, a che v'investa il maestrale!
Trascorrete pe 'l mar lucido, eguale,
come fanciulle in danza, come stelle
filanti in cheto cielo, non voi delle
tempeste brune il rio timore assale:
ch fidate le braccia v'apre il porto
nel cui sen cinto di macigni in vano
si provano a lottar l'onde rabbiose;
e il marinaro sopra di voi srto
vi spinge co' l deso lontan lontano
quel tramonto ad attinger pien di rose.
 LVIII
BORDEGGIANDO
Da San Terenzo udansi risa e stridi,
dal picciol borgo pieno di bagnanti;
il castello di Lerici davanti
sognava ancra de i pirati infidi;
ma Fiascherino a' suoi tranquilli nidi
con puri fondi e grotte luccicanti
d'ametista nel sole, a' dolci incanti
ne richiamava da i vicini lidi,
lontano il Corvo con l'irosa punta
piagando il mar qual prua erta e ferrata
disegnava nel mar l'ombra di Dante;
ch qui venne il divino, e qui la smunta
faccia dal nuovo esilio ottenebrata
sent rotte crucciar l'anime affrante.
 LIX
PORTO VENERE
Porto Venere, tu come la diva
rosato nel mattin t'alzi dal mare;
a te dinanzi  il flutto immenso, e pare
ch'uom ch'indi salpi poi non tocchi riva,
che qui finisce il mondo per la viva
fantasia de la gente popolare:
di qui, spinto il pirata oltre a predare,
il Byron per s chiese Elena argiva:
s'odono ancra a notte, alta la luna,
tuffarsi ardite le sue parie forme,
segno a strali d'amore e di fortuna;
mentre Tetide piange anco il destino
del giovinetto Shelley che in lei dorme,
distratto dietro a un suo sogno divino.
 LX
PETRARCA
E te, bel golfo, ne la visone
di Roma assorto viva e glorosa
contempl a lungo lui che in Avignone
chiedea la fronda al lauro faticosa.
Quanto amore d'Italia! la canzone
dal pi di giglio e da le man di rosa
nutricata del sangue di Scipione
di squillare a battaglia ancor fu osa.
Tu gli arridevi, o lieto golfo. Il sole
piovea da l'alto un dolce aureo conforto
al mare ai monti a gli alberi fiorenti;
e ridestando d'Ennio le parole:
- dolce cosa  veder di Luni il porto,
o cittadini! - erravan freschi i venti.
 LXI
ENOTRIO ROMANO(6)
Ultimo qui [o nostra gloria altera!]
scendendo dal castel de i Malaspina
volle Enotrio veder l'onda marina
palpitante nel lume de la sera
o irraggiante una vaga primavera
di flammei fiori in lucida mattina:
fatto a cetra il bel golfo, un'argentina
voce di cetra al sol mettea leggiera.
Gli spirti magni de i poeti intorno
plaudan benedicendo al nuovo figlio
ch'essere seppe erede di lor gloria.
Non sfavill mai cos bello il giorno
su 'l Varignano che nel destro ciglio
sorgeva coronato di vittoria.
...
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FINE.
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Note al testo.
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(1) Pel grande affetto che GIOSU CARDUCCI porta a Severino Ferrari, per la comunanza della loro vita intellettuale, per l'affinit del loro temperamento e de' loro studi, abbiam creduto che al Carducci solo spettasse di diritto la dedica del presente volume, che contiene le migliori poesie dell'Autore. Da noi interpellato, il venerando Maestro gradiva questo nostro pensiero con affettuose espressioni, delle quali Gli rendiamo grazie sincere.
La vignetta Pane che adorna la coperta ed il frontespizio  la riproduzione di un bronzo del Secolo XV, nel Museo Nazionale di Firenze, eseguita a penna dall'Architetto AGIDE NOELLI, che assai degnamente occupa la cattedra di Prospettiva nella R. Accademia di Belle Arti di Torino. Tale vignetta attinge il suo motivo di essere da quel gioiello di componimento che  "Pane" a pag. 93.
(2) Badiale, voce prettamente italiana e classica, per indicare grande, ingente. Son cose note la grandiosit delle abbade e l'immensit dei loro patrimon. - Questo componimento  tolto dal vol. "Sonetti, ecc.", edito nel 1901 a Bologna da N. Zanichelli, che gentilmente ce ne concesse la stampa.
(3) Calura, voce popolare, che indica l'ore in cui il sole incombe cocente, a piombo, nei mesi d'estate.
(4) Tutti t'amano se fanciulla; ma uno solo t'ama se sposa.
(5) Romanelle dicono in Romagna i canti popolari su l'ispirazione e la intonazione dei rispetti toscani, ma composti di soli quattro endecasillabi.
(6) Enotrio Romano, pseudonimo che Giosu Carducci assumeva ne' primord della sua carriera poetica. Per correlazione e commento a questo sonetto leggasi l'idillio storico del Carducci intitolato "Poeti di parte bianca", nei Levia Gravia, (XIV).
...
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FINE.